Direttiva Casa Green a che punto siamo?
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L’Italia al giro di boa verso il 2030
A cinque anni dal traguardo fissato dall’Unione Europea per la riduzione dei consumi energetici nel settore residenziale, l’Italia si scopre in una posizione intermedia: non più ferma, ma ancora lontana da un risultato pienamente rassicurante.
Secondo il rapporto congiunto “La via italiana alla Direttiva Case Green” – frutto del lavoro del Centro Studi della Fondazione Geometri, CGIA di Mestre e Smart Land – il nostro Paese ha già ottenuto una riduzione dei consumi energetici pari al 9,1%. Un dato che, letto in valore assoluto, significa aver percorso circa metà del tragitto verso il target europeo del -16% previsto per il 2030.
Il merito, lo riconosce lo stesso studio, va attribuito principalmente agli effetti moltiplicatori generati dal Superbonus e dalle detrazioni fiscali per l’efficienza energetica.
Questo primo bilancio non può e non deve far dimenticare il contesto strutturale nel quale l’Italia si muove: un patrimonio edilizio fortemente energivoro, costruito in gran parte prima del 1980, quando i criteri dell’efficienza energetica non erano ancora entrati nella cultura costruttiva del Paese.
Tra emergenza strutturale e accelerazione fiscale
I numeri forniti dallo studio offrono uno spaccato che non lascia spazio a letture ottimistiche. In Italia si contano circa 14,8 milioni di edifici, e oltre 18 milioni di abitazioni. Più della metà – per la precisione, il 52% – si colloca nelle classi energetiche più basse, F e G.
Una percentuale che Nomisma, in un’indagine parallela, stima addirittura superiore: fino al 54%. Di queste, circa 13,5 milioni sono abitazioni occupate in modo stabile. Il dato più critico riguarda il 68% delle famiglie italiane che utilizza ancora combustibili fossili per il riscaldamento domestico, mentre quasi una casa su tre è stata costruita prima del 1976.
Accanto ai problemi strutturali emergono quelli sociali: la povertà energetica coinvolge il 9% delle famiglie italiane, il valore più alto degli ultimi dieci anni.
Il 17,9% delle famiglie affronta spese energetiche sproporzionate rispetto al reddito, il 9,9% ha difficoltà a riscaldare l’abitazione, il 17% vive in immobili insalubri e oltre un quinto della popolazione è considerato a rischio povertà. In questo scenario, il miglioramento energetico degli edifici non è solo un imperativo ambientale, ma una leva cruciale per la giustizia sociale e la dignità abitativa.
Un obiettivo (ancora) raggiungibile
Nonostante le criticità, lo studio ritiene che l’obiettivo europeo sia concretamente raggiungibile.
Alla soglia intermedia del -16% mancano “solo” 6,9 punti percentuali. La versione definitiva della Direttiva Case Green, approvata nei mesi scorsi dal Parlamento Europeo, ha inoltre introdotto elementi di maggiore flessibilità: non impone obblighi diretti ai proprietari di casa, ma affida agli Stati membri il compito di disegnare politiche coerenti, misurabili e sostenibili.
Una responsabilità, questa, che ricade ora sul governo italiano e sul suo piano nazionale, atteso entro il 2026.
Secondo Nomisma, gli interventi già realizzati hanno generato un risparmio medio dell’8,9% e servirà una riduzione aggiuntiva del 7,1% nei prossimi cinque anni. Un traguardo impegnativo, ma compatibile con una strategia ben orientata.
Quanto ci costerà decarbonizzare le nostre abitazioni?
Stando alle stime del Centro Studi Geometri, per raggiungere l’obiettivo 2030 sarà necessario riqualificare 3 milioni di abitazioni, il che significa realizzare circa 505.000 interventi ogni anno da qui alla fine del decennio. L’investimento complessivo stimato ammonta a 84,8 miliardi di euro, ovvero 14,1 miliardi all’anno, con un costo medio di circa 28.000 euro per singola unità.
Numeri simili emergono anche da Nomisma, che prevede 83,4 miliardi per completare il processo. Ma dietro le cifre si cela un altro aspetto rilevante: l’effetto moltiplicatore sull’economia.
Lo studio stima che questi investimenti potrebbero generare un impatto economico complessivo di 280 miliardi di euro, di cui 133 miliardi di effetti diretti, 44 miliardi indiretti, 101 miliardi sull’indotto e 102 miliardi come valore aggiunto.
Tradotto in occupazione, parliamo di 1,3 milioni di unità lavorative attivate entro il 2030, una media di oltre 200.000 posti di lavoro all’anno.
I benefici ambientali: meno CO₂ e meno sprechi
La transizione energetica del patrimonio edilizio non produce solo effetti economici.
Secondo lo studio, le riqualificazioni previste nel periodo 2025–2030 consentiranno un risparmio annuo di 4,68 milioni di tonnellate di CO₂, pari a una riduzione del 9% rispetto ai livelli emissivi del 2020.
Considerando che il comparto residenziale italiano è responsabile del 42% dei consumi energetici nazionali e del 18,8% delle emissioni di gas serra, si tratta di una svolta decisiva, seppur ancora parziale, verso la decarbonizzazione.
La roadmap oltre il 2030: due scenari fino al 2050
Il report propone anche un’estensione degli obiettivi al 2050, delineando due possibili percorsi: uno più ambizioso, che prevede 371 miliardi di euro di investimenti per riqualificare 13,3 milioni di abitazioni; e uno più selettivo, con 230 miliardi da destinare alle 8,3 milioni di case stabilmente occupate.
Un passaggio intermedio è fissato al 2035, con altri 61 miliardi di investimenti e una riduzione aggiuntiva di 3,37 milioni di tonnellate di CO₂ annue.
Quattro priorità strategiche per non sprecare l’occasione
Per evitare che l’obiettivo 2030 si trasformi in una corsa a ostacoli, lo studio individua quattro leve su cui concentrare l’azione pubblica e privata:
- 1. Sostenibilità economica: servono incentivi calibrati sull’ISEE, con priorità alle famiglie vulnerabili, prime case e fondi di garanzia. Esclusi gli immobili turistici, mentre andrebbero potenziati gli incentivi per le abitazioni in classe G con riqualificazione globale.
- 2. Rimozione degli ostacoli burocratici: semplificare le procedure, specialmente nei condomìni, e garantire un quadro normativo stabile e prevedibile per tutto il periodo di attuazione.
- 3. Innovazione e digitalizzazione: promuovere l’adozione di tecnologie intelligenti come i “digital twin” per la gestione degli edifici, incentivando la formazione di professionisti specializzati.
- 4. Valorizzazione delle competenze: attivare sportelli tecnici, creare figure certificate e investire nella formazione continua per garantire qualità e affidabilità in ogni fase del processo.
L’Italia è a metà strada. Il risultato raggiunto è incoraggiante, ma non basta. I prossimi cinque anni saranno decisivi per trasformare le politiche di incentivo in un piano strutturato, equo e di lungo periodo.
La Direttiva Case Green può diventare un’occasione di rigenerazione nazionale, se sapremo affrontarla con competenza, visione e senso di responsabilità. Il tempo, però, è il nostro limite più grande.
Direttiva Casa Green a che punto siamo?
A cura di Simona Caramia, consulente di Immobiliare Santalfredo.
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